2013-08-07

Marcel's revenge. Looking at the land part II

For a landscape-scholar a collective online photographic exhibit focusing on landscape is a great opportunity to explore the way people look at the land and depict it.Indeed landscape photography is all about the land and is a subject easily shared, equally Landscape depictions are able to raise emotions among humans of any culture and gender.

I’m not claiming that an exhibit, whatever its amplitude, can give us a definitive view of how people look at the land(scape) and depict it. Being incomplete is a peculiarity of our times. Probing into a vastly uncharted land, if conducted with sound criteria may provide us a set of coordinates in time and space.

Landscape appreciation does not rely only on pure aesthetic stimuli. The perceived attractiveness of a landscape may be the result of something wired into our brains by the evolutionary process or by the appreciation of the efforts of some Deity lending us a fraction of its sublime divinity. Anyway our interest in the representation of a piece of land appears to remain steadily high across generations.

A photo, regardless of any intent is always a document of a visual relation established between the observer and the fact. Nothing in visual imagery escapes the documentary fate even the most abstracted and far from the “real”.

But let's examine the core extracted by Andy Adams of FlakPhoto.com from the huge visual Internet stratum: Looking at The Land: 21st Century American Views

At first, the exhibit may resemble a flickr.com collection made by a clique of fervid devotees to a photographic Art practice. Some might find the one picture per photographer a bit restrictive however, there’s plenty of links to the owners websites. I like this format as it gives me plenty of space to wander. After all FlakPhoto.com, in its long internet presence, got us used to the "one image at a time" format. Consistency, needed for an evaluation of these proposals, can be achieved either spatially, in one multiple post, or in time with singleton posts.

But, more important, I find this format lets us derive the clear distinction between the roles of the curator and the artist. Living in post-Duchamp’s times picking pictures from the internet has an aesthetic value per se.

"Whether Mr. Mutt with his own hands made the fountain or not has no importance. He chose it. He took an ordinary article of life, placed it so that its useful significance disappeared under a new title and point of view -- he created a new thought for the object." Marcel Duchamp, 1917

The idea here is that a curator, by definition,is an artist, extracting a succession of "ready made" out of the vast sea of depictions she/he is fishing from. I understand that this is a quite strong statement but analyzing what ensues would take us far away so I'm leaving it for some next post.

But to the content: there is little not to like about each picture. Taken one by one the pictures are all interesting and looking at them offers many aesthetic rewards. If scrutinized under W.T.J. Mitchell’s paradigmatic proposition: “what does this picture want from me ?” each one seems to reply: "hey look at me I'm a piece of art". Nevertheless to draw a line you at least need two points therefore a small amount of inconsistency is to be expected when following the link to the photographer’s site. In some cases you might end up feeling stranded since the connection among the picture in the exhibit's context seems not to fit anywhere in the photographer’s site. This leaves some difficulties in establishing a genuine photographer's involvement with the landscape as a subject.

Landscape photography may be the quintessential representational domain, the subject matters from the beginning of the imaging process. The exhibit, in regards to the subject, displays the two opposite poles that have always characterized landscape photography. On one side is the “choice of the subject” in order to obtain a figurative proposition, think about “previsualization” just as a reminder. On the other side the subject is given and the photographer’s role is that to render it following some subjective readouts, the "objective" being just one of the many. Both the poles are well present in the exhibit, this is, aesthetic pleasures apart, one of its greatest value. But more on this in a next post after some overdue other things. I have to confess that this exhibit took a lot of time and rethinking.

The first part is the review is here: "And yet it moves … Looking at the Land"

By the way I've started a blog on tumblr: On Landscape that I regularly update, mainly with pictures. This one will remain the one dedicated to my theoretical and critical thinking.


La vendetta di Marcel. Looking at the land parte II


Per uno studioso del paesaggio una esibizione fotografica collettiva, online, incentrata sul paesaggio costituisce una grande opportunità per esplorare i modi con cui la gente guarda alla terra e la rappresenta. La fotografia di paesaggio è tutta riferita alla Terra così da essere un soggetto di facile condivisione. Ugualmente le rappresentazioni del paesaggio sollevano emozioni tra gli umani di ogni cultura e genere sessuale.

Non sto affermando che una esposizione, qualunque sia l’ampiezza, possa darci una visione definitiva su come guardiamo e rappresentiamo il paesaggio. La parzialità è la cifra del nostro tempo. Però, trivellando in un vasto e sconosciuto terreno, se fatto con criteri consistenti, può fornirci delle coordinate nel tempo e nello spazio.

La percezione del paesaggio non è basata su stimoli puramente estetici. L’attrazione percepita di un paesaggio potrebbe essere qualcosa cablato nei nostri cervelli dal processo evoluzionistico o l’apprezzamento degli sforzi di un qualche Dio nel passarci una parte della propria sublime divinità. Ad ogni modo l’interesse per la rappresentazione di un qualche pezzo di Terra sembra stabile nelle generazioni.

Una fotografia, a dispetto delle intenzioni, costituisce sempre il documento della relazione intercorsa tra un osservatore ed un fatto. Nulla nella rappresentazione visiva sfugge al fato documentario anche la più astratta e lontana dal “reale”.

Ma esaminiamo la “carota” estratta da Andy Adams di FlakPhoto.com dai grandi strati visivi dell’Internet: FlakPhoto.com from the huge visual Internet stratum: Looking at The Land: 21st Century American Views

Sulle prime l’esposizione potrebbe sembrare una collezione su flickr.com composta da una accolita di fervidi devoti ad una pratica d’Arte fotografica. Alcuni potrebbero trovare che una sola foto per fotografo un po’ restrittiva, ci sono comunque abbondanti link ai rispettivi siti.

Mi piace questo formato, mi dà ampio spazio per scorazzare. Dopotutto FlakPhoto.com, con la sua lunga presenza sull’Internet, ci ha abituato sul formato: “una foto alla volta”. La coerenza, necessaria per la valutazione di queste proposte, può essere conseguita sia spazialmente con un solo post multiplo, o nel tempo con post singoli.

Ma, cosa ben più importante, ritengo che questo formato ci permetta di derivare una netta distinzione tra il ruolo del curatore e quello dell’artista. Vivere in tempi “post Duchamp” pigliando foto dall’internet ha di per sè un valore estetico.

“Che il signor Mutt abbia fatto o meno con le proprie mani l´Orinale non ha importanza. Lo ha scelto. Ha preso un oggetto della vita ordinaria e lo ha posto in modo che il suo significato utilitario sparisse sotto un nuovo titolo e punto di vista -- ha creato una pensabilità per l’oggetto. “ Marcel Duchamp, 1917.

L’idea è che il curatore sia per definizione un artista che estrae una successione di “ready made”
dal vasto mare di raffigurazioni da cui pesca. Mi rendo conto che questa sia una affermazione non senza conseguenze tuttavia, ci porterebbe fuori dai binari di un bel po'e qundi rimando ad una analisi in un qualche post futuro.

Ma tornando al contenuto: c’è veramente poco che non possa piacere per ogni foto. Prese una ad una, le foto,  sono tutte interessanti e guardarle offre molte gratificazioni estetiche. Se viste con la proposizione paradigmatica di W. T. J. Mitchell: “Che cosa vuole questa raffigurazione da me ?” ognuna sembra rispondere: “Hey sono un pezzo d’Arte”. Nondimeno per tracciare una linea sono richiesti almeno due punti e quindi c’è  da aspettarsi una piccola dose di incoerenza seguendo i link al sito di ciascun fotografo. In alcuni casi ciò può rendere un po’ spaesati in quando la foto dal contesto espositivo sembra non inserirsi in alcun modo nel sito del fotografo. Questo crea qualche difficoltà nello stabilire una genuina connessione del fotografo con il paesaggio come soggetto.

La fotografia di paesaggio potrebbe essere il dominio quintessenziale della figurazione, il soggetto conta fin dall’inizio del processo immaginifico. L’esibizione, rispetto al soggetto, presenta entrambi i poli opposti che hanno sempre caratterizzato la fotografia di paesaggio. Da un lato la “scelta del soggetto” allo scopo di ottenere una specifica rappresentazione, si pensi, come promemoria, al discorso sulla “previsualizzazione”. Dall’altro lato il soggetto è “dato” e il ruolo del fotografo è di renderlo seguendo una qualche sua lettura soggettiva. Entrambi i poli sono ben presenti nella esposizione e questo, piacere estetico a parte, è il suo maggior valore. Ma tornerò su questo argomento in un prossimo post, dopo alcune altre cose dovute. Devo confessare che questa esibizione mi ha obbligato a una certa qual revisione.

La prima parte è qui: "Eppur si muove ... Looking at the Land"

Di passaggio ho attivato anche un nuovo blog su tumblr: On Landscape che aggiorno perlopiù con foto. Questo resta il blog dedicato a pensieri più teoretici e critici.






2013-01-18

And yet it moves … Looking at the Land

Scroll past the video for the Italian version// Italiano dopo il video

Part I

2012 certainly will not be remembered for the end of the world. In photography, though, the past year might be remembered for at least a couple of things.

To begin with, the immense volume of pictures exchanged in pure digital form reached levels never thought of before. Millions of individuals willing to satisfy their aesthetic, emotional and cognitive needs, relying barely on virtual formats, are exchanging, liking, sharing and sieving out what does not receive a general consensus. Some kind of an evolutionary, bottom up, aesthetics is coming to life. As a consequence artists and curators are finally starting to realize how much they have been displaced. Nevertheless,  the still dominating print culture among photographers is at risk to generate something like an Arcadia for “real” photographers.  What happened with instagram, just to quote one of the many possible examples,  is that  people just had visual needs to satisfy and found a way to fulfill them. Online. Technique is a problem ? … use filters and other decorations. I suspect that aesthetic needs are quite adaptable to the available “flowers” (see Denis Dutton on this, beware that we are on a highly speculative hypothesis here, with lots of genre suppositions that have scarce evidences. His book take on the thing a bit more seriously though). Anyway the instagram phenomena, as far as I know, is still not completely understood.

Not that photography was not online prior to 2012. Indeed it is there since day one of the web and even before either with the free Usenet news in the comp. and alt. groups, and  on some non free bbs services like “Compuserve”.  Coming to the web, Philip Greenspun’s sites on photography may be considered the main starting point. His  “Travels with samantha” became the blueprint for the forthcoming blogs. Photo.net, by contrast, established a model for interaction between photographers - either for sharing pictures or exchanging ideas via forums. Flickr.com, which came in later, was mainly an enhanced version of the latter.  Photo.net, that started in 1993, took some years to gain momentum. By the time it reached critical mass several other sites appeared over the Internet, some implementing the first instances of what was to become the “prints shop” model. By 2000 almost every conceivable interaction via some kind of site was available, and mainly everything new was made as a  derivation of what was already sketched in photo.net.

The technical journals, were perhaps the first victims of forums and photography news sites. As a direct consequence several photography journalists, facing the need to find an alternative income source, went to the Internet as a way to reconnect with their former papery audience. The general enthusiasm hoisted by the rumors of what was to come, just a year away, the burst of the internet bubble, pushed several well known photographers and some historical archives to set up their own sites; to establish a presence and for self promotion purposes. Emulating those examples, in a very short time, the Net was filled up with portfolio sites and photoblogs with the good help of the digital revolution in photo techniques. Curators, coming from the agonizing journals,  got the situation earlier. In some ways they realized that there was an option to gain a huge body of online followers and photographers, looking for some order in Net’s apparent chaos.

The “prints shop” model, though, still dominated the scene. Despite the high numbers in online circulation, serious things were to happen outside the Net. Exhibits, and galleries mainly relied, and still rely, on the internet exclusively as a broadcasting tool for strictly grounded initiatives. The audience, though, went elsewhere.  The dominant expression in many internet photo places is that a “photo is always ways better seen when printed than on a monitor”, unfortunately as such not visible online. More, considering the abundance of good quality monitors there could be a lot to debate. But in the end it is enough to count and compare how many pictures each of us sees online and how many in printed form.

At this point the subject of the second 2012 notable event comes in: Flak Photo. Launched in 2006, is one of the few photo galleries  almost completely online devoted to “serious” photography. Based on a site, and not on a blog.  Exclusively run on an aesthetic purpose and a user driven flair, the gallery begun its activities publishing selected pictures on a daily basis. The selected pictures were consistently connected to some of the “out of the Net” best art practices. Last year, 2012, the gallery launched a call for content from photographer’s who depicted, in one way or another, the US landscape from the beginning of the new millennium.  In this way the gallery launched itself into  what I believe is the second turning point for photography over the web. An online only gallery tackling on the uneasy goal to build up an overview of photographer’s gaze over the US Land. The subject connected, in a more  or less explicit form, to the “new topographics” exhibit held for the first time 37 years before. The goal for Looking at the Land — 21st Century American Views was that to make a selection of pictures, among the many sent in, and to present them in an online format.  The format allowed for one picture for each photographer with a space for textual considerations, presentations and author’s web address. The theme, cleverly, focuses on the subjective view of each photographer avoiding the pitfall to pretend to have the sole possible imprint. And just this makes for a serious innovation among curators. Less ego and more content one would say.

Indeed for the few words and infos from Andy Adams (the man behind all this) it took a lot of work to set up the whole thing. I firmly believe that there is a space for curators investing in infrastructure and time trying to be as open as possible in the curation. Taken this way the curator’s task is not free lunch, though. Well, seen in absolute numbers, flack photo may not compare to more generalist photography sites but I guess one could bet on it to have one of most consistent followers base. And that may have some weight. After all, the end of the era of the “absolute” unleashed many competing aesthetics.


But let us get back to the “prints shop” model for photographers and “Advertise only” model for exhibits, for a final note. Staying to the Stanford Web Crediblity Research there is no worse thing than induce the web user into a doubt about the content she/he/it is looking at, or negate the accesses to the promoted event. Don’t you think that telling  people they are seeing is just a bad copy, might upset a bit, or, at least, induce some doubts ? And the same does not apply to exhibits asking you to join in, without an online quality preview, maybe several hundred miles away ?

Fortunately Internet is still driven by its users.


Looking at the Land — 21st Century American Views from FlakPhoto.com on Vimeo.

Eppur si muove … Looking at the Land

Il 2012 non verrà ricordato per la fine del mondo. In fotografia però l’anno appena passato potrebbe venire ricordato per almeno un paio di cose.

La prima è che l’immenso volume di raffigurazioni scambiate in pura forma digitale ha raggiunto livelli impensabili. Milioni di individui, desiderosi di soddisfare i propri bisogni estetici, affettivi e cognitivi, affidandosi esclusivamente a formati virtuali, scambiano, apprezzano (con i “mi piace”) e crivellando quanto non riceva consenso. Una estetica evolutiva, bottom up (che cresce dal basso), sta prendendo vita. Come conseguenza artisti e curatori si stanno accorgendo di quanto sono stati spiazzati dagli eventi. Nondimeno l’ancora dominante cultura della stampa rischia di generare qualcosa come una Arcadia tra if fotografi “seri”. Quel che è successo con Instagram, solo per fare uno dei molti possibili esempi, è che la gente aveva delle necessità visive da soddisfare e ne ha trovato il modo. Online. La tecnica è un problema ? … usa filtri ed altre decorazioni. Sospetto che i bisogni estetici siano molto adattabili “ai fiori” disponibili (si veda Denis Dutton a proposito, si noti che qui siamo su una ipotesi fortemente speculativa, con un sacco di supposizioni in materia di genere che hanno scarse evidenze. Il libro affronta l’argomento con un po più di serietà). Ad ogni modo il fenomeno di instagram non è ancora stato completamente compreso.

Non che la fotografia non fosse in linea prima del 2012. Al contrario è sul web dal primo giorno e anche prima sia con le News gratuite di Usenet, nei gruppi comp. e alt. e su alcuni servizi bbs non gratuiti come “Compuserve”. Venendo al web i siti di Philip Greenspun sulla fotografia possono essere considerati il punto di partenza principale. Il suo “Travels with samantha” divenne lo schema per i blog ancora da venire. Per contro Photo.net stabilì il modello di interazione tra fotografi sia per scambiare foto sia per scambiare idee via i forum. Flickr.com, che arrivò dopo, si può considerare una versione avanzata di quest’ultimo. Photo.net, iniziata nel 1993, richiese diverso tempo per crescere. Quando raggiunse massa critica diversi altri siti erano apparsi sull’internet ed alcuni implementavano le prime istanze di cio che sarebbe diventato il modello del “negozio delle stampe”. Per il 2000 ogni tipo di interazione concepibile con un sito era disponibile, e quasi tutto veniva fatto in derivazione di quanto tratteggiato con photo.net.

I giornali tecnici, furuno forse le prime vittime dei forum e dei siti di notizie specializzati in fotografia. Come diretta conseguenza diversi giornalisti di fotografia, affrontando il bisogno di trovare fonti alternative di entrata, andarono per l’internet nel tentativo di recuperare l’audience cartacea. L’entusiasmo generale, amplificato da quelle credenze che un anno dopo avrebbero fronteggiato lo scoppio della bolla Internet, spinse diversi fotografi conosciuti e alcuni archivi storici a metter su i propri siti sia per stabilire una presenza sia per ragioni di auto promozione. Emulando questi esempi la rete si riempì presto di siti portfolio e photo blog.  I curatori, arrivati dai giornali agonizzanti, colsero per primi la situazione. In qualche modo compresero che c’era l’opzione di guadagnare un grosso numero di utenti online e di fotografi, alla ricerca di un qualche ordine nell’apparente caos della rete.

Ma il modello “negozio di stampe” ancora dominava la scena. A dispetto degli elevati numeri di circolazione, le cose serie dovevano succedere fuori dalla rete. Esposizioni e gallerie si appoggiavano, e si appoggiano, sull’internet esclusivamente in quanto strumento di broadcasting per iniziative strettamente terrene. Il pubblico però, si spostò altrove. L’espressione dominante in molti luoghi di fotografia su internet è che “Una foto è sempre  di parecchio meglio se stampata piuttosto che su un monitor”, sfortunatamente in quanto tale non risulta visibile online. Perdipiù se si considera l’abbondanza di ottimi monitor ci sarebbe molto da dibattere. Ma alla fine è sufficiente contare e comparare quante foto ciascuno di noi veda online e quante stampate.

E’ a questo punto che compare il secondo evento degno di nota del 2012: Flack Photo. Lanciato nel 2006, è una delle poche foto gallerie online dedita alla fotografia “seria”. E’ basata su un sito e non su un blog. Condotta con intenzioni esclusivamente estetiche e con un tocco “user driven”, la galleria ha iniziato pubblicando selezioni fotografiche su base quotidiana. Le foto pubblicate si connettono consistentemente con le migliori pratiche artistiche extra rete. L’anno scorso, 2012, ha lanciato un richiesta di contenuti dai fotografi che hanno raffigurato, in un modo o in un altro, il paesaggio degli Stati Uniti a partire dal nuovo millennio. In questo modo la galleria ha lanciato se stessa in quello che ritengo essere il secondo passaggio determinante per la fotografia sul web. Una galleria esclusivamente online tesa a trattare il non semplice compito di costruire una vista d’insieme basata sullo sguardo dei fotografi sul territorio USA. Il soggetto si connette, in una forma più o meno espicita, alla esposizione “The new topographics” tenutasi 37 anni prima. L’obiettivo di “Looking at the Land — 21st Century American Views” era di selezionare un corpo fotografico tra le molte foto ricevute. Il formato era di una foto per fotografo con uno spazio testuale per considerazioni, presentazioni e indirizzo web dell’autore. Il tema, abilmente, focalizza sulla visione soggettiva di ciascun fotografo, evitando così il pericolo di pretendere di avere la sola possibile visione. Questa, preso da sola, già costituisce una seria innovazione tra i curatori. Meno ego e più contenuto uno sarebbe tentato di dire.

In verità, dalle poche informazioni e parole pervenute da Andy Adams (l’uomo che sta dietro a tutto ciò) ci è voluto un sacco di lavoro per mettere in piedi l’intera cosa. Penso fermamente che ci sia spazio per curatori che investano in infrastruttura e tempo cercando di essere il più possibile aperti nella curatela. Presa in questo modo il lavoro del curatore non è però una passeggiata. Vista in termini assoluti Flack Photo può non competere con i siti generalisti di fotografia ma credo si possa scommettere che abbia una delle basi di utenza più consistenti. E ciò potrebbe avere un peso. Dopo tutto, la fine dell’era degli “assoluti” ha scatenato molte estetiche in competizione tra loro.

Ma torniamo un attimo al modello del “negozio delle stampe” e al modello “di sola promozione” delle esposizioni, per una nota finale. Stando alla “Stanford Web Crediblity Research” non c’è cosa peggiore che indurre il dubbio nell’utente sul contenuto che sta guardando, o negare l’accesso all’evento promosso. Non credete che dire alla gente che quel che stanno vedendo è solo una brutta copia possa disturbare un pò o come minimo ingenerare qualche dubbio ? E lo stesso non si applica per una esposizione che ti chiede di partecipare, senza una presentazione in linea, di qualità, magari a diverse centinaia di kilometri di distanza ?

Per fortuna l’Internet è ancora guidata dagli utenti.

2012-12-15

Allegories / Allegorie

Versione Italiana al fondo / Italian version at the bottom

Allegories

"Allegory, from Greek ALLEGORÍA from ÀLLOS (other) and AGOREÌO (speak openly) description of one thing under the image of another".
"Allegories are, in the realm of thoughts, what ruins are in the realm of things" Walter Benjamin.
Sometimes ideas take form with the same suddenness of a bolt of lightning. Was looking at Tiziano's "Allegory of Prudence" and realized how complex, for us, is the interpretation of the painting, with all its implied symbolic referents. The concept of allegory was something I was up to experiment! So i made some searches and found this interesting paper written by Craig Owens and titled: "The Allegorical Impulse: Toward a Theory of Postmodernism". In this paper Owens, without many turnarounds, explicitly situates photography as an allegory making device:
Site-specific works are impermanent, installed in particular locations for limited duration, their impermanence providing the measure of their circumstantiality. Yet they are rarely dismantled but simply abandoned to nature; Smithson consistently acknowledged as part of his works the forces which erode and eventually reclaim them for nature. In this, the site-specific work becomes an emblem of transience, the ephemerality of all phenomena; it is the memento mori of the twentieth century. 
Because of its impermanence, moreover, the work is frequently preserved only in photographs. This fact is crucial, for it suggests the allegorical potential of photography. 
"An appreciation of the transience of things, and the concern to rescue them for eternity, is one of the strongest impulses in allegory" (*). And photography, we might add. As an allegorical art, then, photography would represent our desire to fix the transitory, the ephemeral, in a stable and stabilizing image. 
In the photographs of Atget and Walker Evans, insofar as they self-consciously preserve that which threatens to disappear, that desire becomes the subject of the image. 
If their photographs are allegorical, however, it is because what they offer is only a fragment, and thus affirms its own arbitrariness and contingency.
The last passage is really important to understand. For  Owens It is the partiality of the frame that makes photography inherently allegoric. Not its content as it was for the pictorialist photographers at the end of the nineteenth century or some frisky setup as currently taught in fashion photography schools. Italiano / Italian 

Allegorie

"Allegorìa dal greco ALLEGORÍA, composta da ÀLLOS (altro) e da AGOREÌO (dico, esprimo). Figura retorica, che sotto un'immagine ne adombra un'altra"
"Le allegorie sono. nel dominio del pensiero, ciò che le rovine sono nel dominio delle cose" Walter Benjamin
A volte le idee prendono forma con la stessa immediatezza del lampo. Stavo guardando L'Allegoria della prudenza del Tiziano e ho realizzato quanto complesso sia per noi l'interpretazione del dipinto, con tutti i sui referenti simbolici impliciti. Il concetto di allegoria era qualcosa che ero interessato a sperimentare! Così ho fatto un pò di ricerche e ho trovato un interessante scritto di Craig Owens intitolato: "The Allegorical Impulse: Toward a Theory of Postmodernism". In questo scritto Owens, senza tanti giri, colloca la fotografia come un dispositivo per la produzione di allegorie:
Le opere in situ sono impermanenti, installate in un luogo particolare per un periodo limitato,la loro impermanenza fornisce la misura della loro circonstanzialità. Sebbene raramente siano smantellate ma semplicemente abbandonate alla natura; Smithson riconosce consistentemente che siano parte del suo lavoro le forze che erodono ed eventualmente reclamano l'opera alla natura. In questo, l'opera in situ diventa un emblema della transitorietà, l'effimero di ogni fenomeno; è il memento mori del ventesimo secolo. 
A causa della sua impermanenza, inoltre, l'opera viene frequentemente conservata solo in fotografia. Questo fatto è cruciale, perchè suggerisce il potenziale allegorico della fotografia. 
"La percezione della transitorietà delle cose, e la preoccupazione di salvarle per l'eternità, è uno degli impulsi più forti nell'allegoria" (*). E in fotografia, potremmo aggiungere. Come arte allegorica, allora, la fotografia rappresenterebbe il nostro desiderio di fissare il transitorio, l'effimero, in una stabile e rassicurante immagine. 
Nelle foto di Atget e Walker Evans, in cui si cerca, coscientemente, di preservare quanto minaccia di sparire, quel desiderio diventa soggetto dell'immagine. 
Se le loro fotografie sono allegoriche, però, è perchè ciò che offrono è solo un frammento, che quindi afferma la propria arbitrarietà e contingenza.
Questo ultimo passaggio è davvero importante da capire. Per Owens è la parzialità dell'inquadratura, o del taglio se volete, che rende la fotografia inerentemente allegorica. Non il suo contenuto come era per i fotografi pittorialisti di fine diciannovesimo secolo o in qualche messa in scena frizzante come viene ora insegnato nelle scuole di fotografia di moda. (*) Walter Benjamin Origin of German Tragic Drama / Origini del dramma barocco tedesco

2012-12-05

pmc #12 desperate socialism // socialismo disperato




Zibido San Giacomo, Milan, Italy

Versione Italiana al fondo

Desperate socialism


It has been  a long vacation. In the meanwhile I went through so many things (photo projects, research topics and art history) that it I struggle to find out a point where to start. But first things first.

The general rule in social networking - that any “how to have success over the Internet for dummies” points to - is to fulfill the desires of the public. This easily translates into the “if you want to be cheered up give em what they want”. The Roman Empire, of good memory, with his “panem et circenses” still dominates here.

This rule of “general wisdom” clashes against another rule in use in the marketing of cultural artifacts, that states that to be of value, they cannot be adapted, unless risking a heavy loss in identity (and value as well). Instead you must search out for the audience interested in it.

The first rule easily explains the “kitten’s pest” (puppies do as well) plaguing the social networks. The desire to achieve the robotic numbers that some posters have, cruelly, sieves out any attempt to cultivate an offering that may want to get beyond the levels of immense idiocy required by the like and forget compulsions.

But the Net, as much as it has always been in the material world, requires a large amount of uniqueness to generate some interest. The only way to do that is to dig deeply into one’s emotional and intellectual resources, thus projecting the individual into a land of solitude where self questioning is hard to ration with wise measure.

This seems to me a pretty good example of what Gregory Bateson referred to as a “double bind”. To get appreciated you must fulfill others' desires but in doing so you lose the option of getting their attention.

I suspect that this condition is making up a lot of pain among those who, more or less secretly, decided that an important goal in their life is to disseminate their own vision of the world.

Unfortunately I do not see any way out of this except to try and try again, as much as a fly does against the window’s glass.

However I’ve not spent this vacancy time just self questioning (flogging) myself, well partially I did, but also, just to measure up in the facebook arena I’ve opened a page and guess what ? I’ve called it “On Landscape” you wont need to register to visit it. The same on twitter I’ve added to my usual account - @cabrabesol -  this new one @onlandscape. Even if you do not like those places you may find there some lighter works of mine.

Italian / Italiano

Socialismo disperato


È stata una lunga vacanza. Nel frattempo sono passato attraverso talmente tante cose (progetti fotografici, ricerche e storia dell’arte) che è difficile trovare un punto da cui partire.

La regola generale dei social networks, che ogni manuale su “Come avere successo sull’internet, per sprovveduti”, è di andare incontro ai desideri del pubblico. Questo si traduce facilmente nel “se vuoi essere apprezzato dagli quel che vogliono”. La memoria dell’impero  Romano col suo “panem et circenses” in quei contesti, domina.

Questa regola di “generale saggezza” cozza contro un’altra, altrettanto importante, regola del marketing di manufatti culturali, che afferma che esso non possa essere adattato, pena la perdita della sua identà (e ugualmente valore). Al contrario occorre trovare il pubblico cui interessi.

La prima regola spiega piuttosto bene la “peste dei gattini”, i cuccioli vanno bene uguale, che infesta i social network.  Il desiderio di arrivare ai numeri robotici, che alcuni poster frequenti hanno, crudelmente filtra ogni tentativo che possa andare oltre l’immensa idiozia generata dai mi piace compulsivamente clikkati e presto dimenticati.

Ma la Rete, esattamente come è sempre stato nel mondo materiale, richiede una larga dose di unicità per generare un qualche interesse. L’unico modo per averlo è quello di scavare profondamente nelle proprie risorse emotive ed intellettuali, proiettando così l´individuo in un mondo di solitudine dove il mettere in dubbio se stessi è difficile da razionare in saggia quantità.

Questo mi sembra un perfetto esempio di ciò che Gregory Bateson chiamava “Doppio legame”. Per essere apprezzato devi adempiere agli altrui desideri ma ciò facendo perdi la possibilità di avere la loro attenzione.

Sospetto che questa condizione causi una considerevole quantita di dolore a quanti, più o meno segretamente, abbiano deciso che un importante traguardo nella loro vita sia di disseminare la propria visione.

Sfortunatamente non vedo altra soluzione che provare e riprovare ancora, esattamente come fa una mosca sbattendo contro il vetro.

Ad ogni modo non ho speso il tempo di questa vacanza auto flagellandomi, bhe parzialmente si, ma anche, giusto per misurarmi con facebook, ho aperto una pagina che ho chiamato, indovinate ? “On Landscape” non dovete registrarvi per visitarla. Allo stesso modo, su twitter  al mio solito account, @cabrabesol, ho aggiunto @onlandscape. Anche se non vi piacciono questi posti potrete trovarci alcuni miei lavori più leggeri.